5 nov 2009

“Nulla è più ingannevole dell’apparente modestia. Spesso non è che indifferenza alle opinioni altrui, e spesso è una forma indiretta di vanagloria.” (Jane Austen)

Author: Leviatan Kiranov | Filed under: Temi svolti

 

Come quasi ogni manifestazione comportamentale degli esseri umani, anche l’apparente ridimensionamento – dinnanzi agli altri – della propria personaltià (comprensiva di capacità, opinioni e identità) è una condotta che può nascondere le più svariate dinamiche psicologiche.

Modestia” è un termine ambiguo: per lo più viene associato al concetto di umiltà, con una conseguente accezione positiva del significato pratico; tuttavia viene anche intesa come una forma di snobismo – volendo usare un’espressione importata e italianizzata dalla nostra lingua ma che, forse, esprime al meglio il senso considerato. Trovarsi, infatti, dinnanzi ad un’esternazione troppo marcata di mdoestia può dare istintivamente l’impressione di essere in presenza di una raffinatezza forzata, di un voler accomodare non senza un fine utilitaristico – che può spaziare da una semplice volontà di escludere dal proprio mondo un interlocutore con cui non si ha una certa confidenza all’intenzione di risultare particolarmente affabili e riuscire ad avere più consenso.

Tuttavia, esaminando le stesse circostanze da un diverso punto di vista, è anche da osservare che la maggior parte degli individui sembra apprezzare maggiormente le persone che sono o si fingono modeste – pur rendendosi conto di questa finzione – e quasi remissive, piuttosto che “misurarsi” con il carisma e l’”equilibrato furore” che emana da un uomo o una donna sicuri di sé ed impavidi nel mostrarsi in tutti gli aspetti, anche quelli che possono sembrare “scomodi” in quanto in disaccordo - perché in contrasto o avvertiti come “superiori” – rispetto a colui o colei con cui ci si sta confrontando. In genere, coloro che temono e/o disistimano le personalità non-modeste tendono a reagire con patetica violenza (non nel senso fisico) – a mio avviso segno evidente di insicurezza – di fronte ad un modo difare diretto o – portandolo agli eccessi – addirittura superbo. Questo, a mio avviso, giustifica in parte lo sforzo di apparire modesti – anche se falsamente - al cospetto di chi, ad esempio, ha purtroppo un certo potere su alcuni àmbiti della notra vita (come il nostro “capo al lavoro o una figura che deve decidere di noi) e non è in grado di distinguere la nostra forte personalità da una presunta overdose di immodestia: per necessità, in questo caso, è quidi conveniente assecondare e porci, pertanto, “ad un livello inferiore”.

Questa considerazione è valida solo se la modestia di cui si sta trattando è, per l’appunto, un’“apparente modestia”, quindi pilotata e dosata secondo convenienza per tutti i motivi sopra esposti. Può essere scambiata per “indifferenza alle opinioni altrui” o “forma indiretta di vanagloria”, ma, a mio avviso, ad un’analisi più attenta è possibile intravedere nella falsa modestia solo uno dei tanti meccanismi comportamentali che l’essere umano sviluppa per poter “sopravvivere” in alcuni contesti in cui la vita di società inevitabilmente lo fa imbattere. In tempi preistorici, quando gli uomini non avevano ancora sviluppato l’”arte” delle relazioni e dell’armonia sociale bassata sull’uso della parola e del paraverbale, probabilmente le abilità che naturalmente si sperimentavano per la sopravvivenza erano quelle fisiche; oggi, le “armi” a nostra disposizione sono molto più “sofisticate” e, consapevolmente o meno, si identificano nei nostri atteggiamenti ed “escamotage psicologici” di tutti i giorni. La modestia apparente fa parte, a mio parere, di questi. Per tali ragioni, a mio (modesto!) avviso, non va disprezzata a priori, bensì esaminata razionalmente e valutata in ogni sfumatura.

Uno studio a parte meriterebbe, invece, la modestia nelle sue altre diramazioni. Quelle fondamentali sono, secondo la mia opinione, due: la modestia per debolezza (o fragile autostima) e la vera modestia, qualità implicita in una persona che ha raggiunto un certo equilibrio caratteriale (dove per “equilibrio” non si intende una condizione di staticità chiusa ad altri cambiamenti, bensì uno stato di massima coerenza ed autentico benessere psichico).

Per quanto si possa fingere la modestia, un attento osservatore – che abbia soprattutto saputo sintetizzare le esperienze di relazione con gli altri in un accurato bagaglio di deduzioni sui loro comportamenti – sarà facilmente in grado, da una parte, di saperla svelare, ma, dall’altra, anche di affinare la capacità di simulare la propria.

 

 

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