“La coscienza di Zeno” (Italo Svevo): recensione, citazioni, commento
Author: Leviatan Kiranov | Filed under: Recensioni libri
Scritto sottoforma di lunga autobiografia – che si premura di trattare molto accuratamente ogni sfaccettatura psicologica del narratore oltre che i semplici fatti accaduti nella sua vita sino a quel momento -, “La coscienza di Zeno” si presenta come un “compito” assegnato a Zeno Cosini dal suo analista, che gli suggerisce di ripercorrere alcuni eventi del passato per comprendere meglio i motivi dei propri disagi interiori e dei propri vizi.
Zeno è un signore apparentemente brillante del periodo italiano antecedente alla prima guerra mondiale. Si relaziona con gli altri in modo cordiale e autoironico, sembra una persona normale, e forse lo è: ma i suoi pensieri sono sempre in movimento. Ogni particolare che lo circonda lo induce ad elaborare lunghe riflessioni, che spesso lo portano ad assumere comportamenti bizzarri e involontari che si cronicizzano. “Era proprio la disinvoltura quella ch’io più di tutto invidiavo agli altri”. I suoi rapporti interpersonali sono ordinari e spesso profondi, ma ci sono passioni tormentate, sempre accese e non unidirezionalmente rivolte, vissute male per debolezza o mancanza di coraggio (“Questa è la verità: io sono un timido!”).
Il suo personaggio si rende immediatamente simpatico agli occhi del lettore, che viene coinvolto dalle considerazioni a volte stravaganti del protagonista e dalle conseguenze spesso inevitabili quanto paradossali che si vengono a generare (“Quando io ammiro qualcuno, tento immediatamente di somigliargli”).
“La coscienza di Zeno”, opera di Italo Svevo, è considerato un classico della letteratura italiana novecentesca. L’attuale casa editrice che lo distribuisce è Oscar Mondadori, al prezzo di 8,80 euro per 413 pagine.
Citazioni tratte dal libro
- E’ un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.
- Io metto le radici dove mi soffermo.
- Un paio di volte ch’io lo guardai negli occhi, egli [suo padre] stornò il suo sguardo dal mio. Si dice che ciò è un segno di falsità, mentre io ora so ch’è un segno di malattia. L’animale malato non lascia guardare nei pertugi pei quali si potrebbe scorgere la malattia, la debolezza.
- Quando io ammiro qualcuno, tento immediatamente di somigliargli.
- Questa è la verità: io sono un timido!
- A tutti avviene di ricordarsi con più fervore del passato quando il presente acquista un’importanza maggiore.
- Era proprio la disinvoltura quella ch’io più di tutto invidiavo agli altri.
- Ogni minaccia di sventura m’atterrisce dapprima, ma subito dopo è dimenticata nella fiducia più sicura di saper evitarla.
- A me è sempre piaciuto d’intrattenermi con la gente che non conosco. Con loro mi sento sano e sicuro.
- Sinceramente credo ch’io abbia avuto sempre bisogno dell’avventura o di qualche complicazione che le somigli.
- M’è sempre stato tanto difficile di fermarmi quando mi movo o di mettermi in movimento quando son fermo.
- Amo tanto le persone felici, io.
Commento personale
Ho sempre avuto un’avversione per quelli che sono considerati “i grandi classici della letteratura”. Banalmente e commettendo un grave errore di generalizzazione, credevo che tutti i testi che rientrassero in questa classificazione fossero noiosi, scritti con un italiano maccheronico (dicasi anche italiano aulico) e volutamente gonfiato. Questo è praticamente il primo “grande classico” che leggo. Mi sono resa conto che quella visione dei classici di cui parlavo prima derivava probabilmente dal fatto che i brani antologici letti durante la scuola sono sempre stati caratterizzati da una forte, sonnolente incomprensibilità e da descrizioni minuziosissime e fuori luogo. Un’altra sfaccettatura che detesto (sì, detesto) nelle opere dette “classiche” è che, essendo state scritte in tempi non moderni, mostrano una concezione retrograda e disastrosa della donna. Ciò che mi stizzisce davvero è che, invece, si ritiene che queste “opere” siano quasi dei manuali di vita, dei testi da tenere sempre in alta considerazione. Credo che pensare una cosa del genere, senza fare le dovute distinzioni, voglia dire non avere una visione molto aperta della vita.
Ne “La coscienza di Zeno”, difatti, ho riscontrato questo aspetto, ma mi sono sforzata di sorvolarlo. Escludendolo, e concentrandomi solo sul personaggio e i suoi “tumulti”, mi è risultato davvero simpatico, sia il personaggio che il libro in generale. Il fatto che questo libro non abbia sostanzialmente una trama può essere frustrante, ma bizzarramente non è mi pesato.
Molti dei pensieri e delle s***e mentali di Zeno sono davvero spassosi. Mi è rimasto impresso di quando Zeno ascolta un suo amico che sostiene che durante l’atto del camminare si attivano decine di muscoli nelle nostre gambe, tutti in sincronia tra di loro. Da quel momento in poi il nostro protagonista, pensando intensamente ai muscoli delle sue gambe mentre cammina, si ritroverà a zoppicare praticamente per tutta la durata del libro (ritornando di tanto in tanto a scrivere sull’argomento), evitando a stento figuracce imbarazzanti.
Una cosa soltanto mi domando: ma se il libro, come ci spiega lo stesso protagonista, non è altro che il diario personale di Zeno – scritto su consiglio del suo analista -, chi è stato a fargli l’indiscreto scherzo di pubblicarlo?*
*Aggiornamento (21/9/2009): Dal commento di dott S. del 20/9/2009 apprendo che il diario sarebbe stato pubblicato dallo stesso analista, come riportato nel capitolo 1 (”Prefazione”
del libro e nel commento dello stesso dott. S., ma di fatto l’avevo rimosso dalla memoria.
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settembre 20th, 2009 at 13:01
E’ curioso che tu abbia scelto come primo “grande classico” un romanzo che parla del percorso introspettivo del personaggio, mi viene in mente una vecchia discussione che abbiamo fatto tempo addietro
…mostrano una concezione retrograda e disastrosa della donna… ho riscontrato questo aspetto, ma mi sono sforzata di sorvolarlo. Escludendolo…
Esatto, si dovrebbero contestualizzare un pochettino, adattarli al periodo in cui sono stati scritti… e questo dovrebbero farlo gli insegnati, e successivamente rapportando la storia ai tempi odierni cercando di capire quali siano i punti questa volta da decontestualizzare per adattarli ad un contesto storico più aperto (si fa per dire).
Comunque mi hai fatto venire la curiosità, adesso sto leggendo una pentalogia di cui il terzo capitolo è un po troppo sonnolente tanto che ho smesso di leggerlo e adesso mi ritrovo costretto a ricominciarlo
appena finisco anche gli altri 2 vedrò di leggere “la coscienza di zeno”
settembre 20th, 2009 at 14:07
In realtà la lettura di questo libro rientrava tra i compiti scolastici assegnati per quest’estate appena trascorsa, ma sorprendentemente – pur essendo all’inizio scettica – ne è valsa la pena! (Mi sembra persino strano sentirmi dire una cosa del genere.)
Sono d’accordo su quel che dici a proposito del lavoro di “(de)contestualizzazione” che poi dovrebbero svolgere gli insegnanti. Il problema è che, la maggior parte delle volte, la cosiddetta opera viene “relegata a se stessa”, considerandola come un pezzo da museo di inestimabile valore al quale, se viene aggiunto un commento di troppo, si procura un’irrimediabile scalfitura. Neanche fosse una qualche divinità minore da non offendere.
Bene, mi fa piacere che hai intenzione di leggerlo.
Mi sono fatta l’idea che questo libro o lo si “ama” oppure lo si odia in toto… Se vorrai, mi farai sapere come sarà andata la lettura, sempre che tu riesca a portarla a termine! ;-P
settembre 20th, 2009 at 23:33
Piacque molto al mio compagno di banco. Per via della “disinvoltura mancata” di Zeno e per la storia di quello zoppicare proprio delle “anime” pensanti.
Il colpevole “fictus” della pubblicazione del diario di Zeno è reo confesso: sono io, il dottor S.(-igmund o -ergio?).
PREFAZIONE DE “LA COSCIENZA DI ZENO”
Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere. Chi di psico-analisi s’intende, sa dove piazzare l’antipatia che il paziente mi dedica.
Di psico-analisi non parlerò perché qui entro se ne parla già a sufficienza. Debbo scusarmi di aver indotto il mio paziente a scrivere la sua autobiografia; gli studiosi di psico-analisi arricceranno il naso a tanta novità. Ma egli era vecchio ed io sperai che in tale rievocazione il suo passato si rinverdisse, che l’autobiografia fosse un buon preludio alla psico-analisi. Oggi ancora la mia idea mi pare buona perché mi ha dato dei risultati insperati, che sarebbero stati maggiori se il malato sul più bello non si fosse sottratto alla cura truffandomi del frutto della mia lunga paziente analisi di queste memorie.
Le pubblico per vendetta e spero gli dispiaccia. Sappia però ch’io sono pronto di dividere con lui i lauti onorarii che ricaverò da questa pubblicazione a patto egli riprenda la cura. Sembrava tanto curioso di se stesso! Se sapesse quante sorprese potrebbero risultargli dal commento delle tante verità e bugie ch’egli ha qui accumulate!… DOTTOR S.
settembre 21st, 2009 at 20:10
Grazie per la segnalazione: è stata integrata nel post.