Amore: chi ne parla, chi ne scrive, chi lo snobba o vi anela. E, soprattutto, chi è convinto di averne un’idea chiara e ben delinueta, quando invece l’amore è uno dei concetti su cui c’è inflazione di interpretazioni contrastanti e persino opposte tra loro (così come per “felicità”, “bellezza”, “etica” ).

Molti scrittori contemporanei hanno disquisito d’amore, tant’è che esiste un filone della letteratura moderna totalmente focalizzato sul tema in questione. Pochi o nessuno, tuttavia, affrontano l’amore da punti di vista nuovi, moderni e al passo con i tempi. E’ conseguenza, pertanto, che sempre con le stesse scene e il medesimo copione viene sviscerato l’amore e, constatando che la concezione più traduzionale e sdolcinata è quella che vende maggiormente, attualmente fioccano i romanzi che hanno per protagonisti adolescenti che vivono la propria sfera sentimentale all’insegna di un amore immaturo e superficiale.

Si potrebbe obiettare che l’amore non può essere definito in modo così negativo e critico; anzi, l’amore non dovrebbe essere definito affatto, in quanto è qualcosa di personale, spontaneo, che si conosce sia a quindici che a settant’anni e che non muta la sua immaturità in base all’età più o meno avanzata. Mi trovo d’accordo solo su quest’ultimo assioma, tra i tanti citati e suggeriti dal comune sentire (assurdo approssimativo e irrazionale): l’amore, infatti, può essere vissuto in modo spicciolo a tutte le età; ne è prova che, spesso, le stesse persone adulte non hanno imparato ad amare, ma si presuppone (e si spera) che, nel passaggio da adolescente a uomo (donna), il concetto di amore non sia rimasto fossilizzato su “ideali” irragionevoli e banali quali la sofferenza per amore, la “cavalleria” e la galanteria del maschio, lo stereotipo della donna che cerca protezione, la gelosia intesa positivamente (quando, invece, è solo una manifestazione più o meno forte di una personalità sostanzialmente violenta e insicura).

Purtroppo, come già detto, pare che la maggior parte degli individui approvi la visione più semplicistica e frivola dell’amore, risentendo del retaggio di insegnamenti fuorvianti e della spazzatura cinematografica, mediatica e letteraria che strumentalizza e quindi promuove l’amore romantico basato esclusivamente sui batticuori, i mazzi di fiori, i protagonisti che non sanno vivere se non in funzione della persona amata (“Io e te, come bellissime stelle, trentamila metri sopra il cielo”) le emozioni momentanee come unico motore del sentimento (“Un tuffo al cuore in un attimo svela mille segreti”).

“La gente non pensa che l’amore non conti. Anzi, ne ha bisogno; corre a vedere serie interminabili di film d’amore, felice o infelice, ascolta canzoni d’amore; eppure nessuno crede che ci sia qualcosa da imparare in materia d’amore.” (Erich Fromm)

Autori come Federico Moccioso Moccia puntano sulla fatale attrazione esercitata da questo tipo di amore: uno pseudo-amore, commerciale, apparente, fittizio. Inoltre, per vivacizzare ulteriormente il racconto, di solito questi scrittori inseriscono qua e là delle scene di sesso, se possibile “prime volte” di ragazze teneramente innamorate di uomini ormai vissuti ed esperti, ma dolci e comprensivi per l’occasione, magari compiaciuti ed inorgogliti dall’”onore” a cui viene loro concesso di adempiere. Insomma, ogni particolare rispecchia l’ideale di ogni adolescente, che così può immedesimarsi con piacere rinnovato nella lettura di questi libri, senza però – il più delle volte – rendersi conto che l’amore reale e profondo non è solo zucchero, parole, dediche e sussulti. Non è neanche – assolutamente – cieca devozione, possessività, ossessione o divinizzazione. Anche gli autori del passato si sono applicati volentieri alla stesura di opere e raccolte incentrate sul tema dell’amore, e anche i loro scritti cadevano spesso nel melenso e nello svenevole. Tuttavia bisogna precisare che i “poeti dell’amore” si sono espressi – per l’appunto - attraverso composizioni poetiche, le quali hanno un impatto ben diverso da un saggio o un’intera storia che tratta d’amore. [Sarà che sono di parte, visto che, sull'altro mio sito dedicato alle poesie in rima, imperano anche poesie d'amore. ]

Sono del parere che, comunque, una pubblicazione letteraria (che sia in versi o in prosa) possa senza alcun limite (a discrezione dell’autore) discutere sulle sensazioni e i pensieri dell’amore romantico, ma non deve e non può pretendere che il suo modello di amore venga preso a riferimento per definire una reale relazione affettiva. E’ pericoloso far credere che per amare sia sufficiente – o necessaria – una cena a nume di candela. E’ corretto – a mio avviso – insegnare il senso di un sentimento che si fonda innanzitutto sulla conoscenza dell’”oggetto” del nostro amore; conoscenza che non prevede né struggimento, né compromessi esistenziali, né annullamento di sé o pretesa di cambiamento dell’altro.

“E’ l’amore un’arte? Allora richiede sforzo e saggezza.” (Erich Fromm)

Non è vero che in amore tutto è concesso (altrimenti il rispetto, basilare in un rapporto, diventa solo una parola fumosa), non è sano neanche credere che l’amore per un partner debba completare la nostra vita: se non ci sentiamo già completi e autosufficienti da soli, non saremo capaci di amare realmente qualcuno. Semplicemente si diventa dipendenti dalla persona “amata”, proprio come tante melanconiche storie d’amore dei libri mostrano e – paradossalmente – giustificano, spacciando la dipendenza affettiva (che è anche un disturbo di cui la psicologia si occupa) per “vero amore”.

“Paradossalmente, la capacità di stare soli è la condizione prima per la capacità d’amare.” (Erich Fromm)

E’ evidente che, finché verrà tramandata una cultura che guarda all’amore come un’aspirazione dai connotati illusori, quasi filosofici, a tratti pessimistici, molti tra noi continueranno a non saper godere fino in fondo di un amore limpido e senza inutili complicazioni, accontentandosi di vivere affettivamente da 7 quando si potrebbe – modificando la propria concezione di amore – amare da 10.

Come quasi ogni manifestazione comportamentale degli esseri umani, anche l’apparente ridimensionamento – dinnanzi agli altri – della propria personaltià (comprensiva di capacità, opinioni e identità) è una condotta che può nascondere le più svariate dinamiche psicologiche.

Modestia” è un termine ambiguo: per lo più viene associato al concetto di umiltà, con una conseguente accezione positiva del significato pratico; tuttavia viene anche intesa come una forma di snobismo – volendo usare un’espressione importata e italianizzata dalla nostra lingua ma che, forse, esprime al meglio il senso considerato. Trovarsi, infatti, dinnanzi ad un’esternazione troppo marcata di mdoestia può dare istintivamente l’impressione di essere in presenza di una raffinatezza forzata, di un voler accomodare non senza un fine utilitaristico – che può spaziare da una semplice volontà di escludere dal proprio mondo un interlocutore con cui non si ha una certa confidenza all’intenzione di risultare particolarmente affabili e riuscire ad avere più consenso.

Tuttavia, esaminando le stesse circostanze da un diverso punto di vista, è anche da osservare che la maggior parte degli individui sembra apprezzare maggiormente le persone che sono o si fingono modeste – pur rendendosi conto di questa finzione – e quasi remissive, piuttosto che “misurarsi” con il carisma e l’”equilibrato furore” che emana da un uomo o una donna sicuri di sé ed impavidi nel mostrarsi in tutti gli aspetti, anche quelli che possono sembrare “scomodi” in quanto in disaccordo - perché in contrasto o avvertiti come “superiori” – rispetto a colui o colei con cui ci si sta confrontando. In genere, coloro che temono e/o disistimano le personalità non-modeste tendono a reagire con patetica violenza (non nel senso fisico) – a mio avviso segno evidente di insicurezza – di fronte ad un modo difare diretto o – portandolo agli eccessi – addirittura superbo. Questo, a mio avviso, giustifica in parte lo sforzo di apparire modesti – anche se falsamente - al cospetto di chi, ad esempio, ha purtroppo un certo potere su alcuni àmbiti della notra vita (come il nostro “capo al lavoro o una figura che deve decidere di noi) e non è in grado di distinguere la nostra forte personalità da una presunta overdose di immodestia: per necessità, in questo caso, è quidi conveniente assecondare e porci, pertanto, “ad un livello inferiore”.

Questa considerazione è valida solo se la modestia di cui si sta trattando è, per l’appunto, un’“apparente modestia”, quindi pilotata e dosata secondo convenienza per tutti i motivi sopra esposti. Può essere scambiata per “indifferenza alle opinioni altrui” o “forma indiretta di vanagloria”, ma, a mio avviso, ad un’analisi più attenta è possibile intravedere nella falsa modestia solo uno dei tanti meccanismi comportamentali che l’essere umano sviluppa per poter “sopravvivere” in alcuni contesti in cui la vita di società inevitabilmente lo fa imbattere. In tempi preistorici, quando gli uomini non avevano ancora sviluppato l’”arte” delle relazioni e dell’armonia sociale bassata sull’uso della parola e del paraverbale, probabilmente le abilità che naturalmente si sperimentavano per la sopravvivenza erano quelle fisiche; oggi, le “armi” a nostra disposizione sono molto più “sofisticate” e, consapevolmente o meno, si identificano nei nostri atteggiamenti ed “escamotage psicologici” di tutti i giorni. La modestia apparente fa parte, a mio parere, di questi. Per tali ragioni, a mio (modesto!) avviso, non va disprezzata a priori, bensì esaminata razionalmente e valutata in ogni sfumatura.

Uno studio a parte meriterebbe, invece, la modestia nelle sue altre diramazioni. Quelle fondamentali sono, secondo la mia opinione, due: la modestia per debolezza (o fragile autostima) e la vera modestia, qualità implicita in una persona che ha raggiunto un certo equilibrio caratteriale (dove per “equilibrio” non si intende una condizione di staticità chiusa ad altri cambiamenti, bensì uno stato di massima coerenza ed autentico benessere psichico).

Per quanto si possa fingere la modestia, un attento osservatore – che abbia soprattutto saputo sintetizzare le esperienze di relazione con gli altri in un accurato bagaglio di deduzioni sui loro comportamenti – sarà facilmente in grado, da una parte, di saperla svelare, ma, dall’altra, anche di affinare la capacità di simulare la propria.

30 set 2009

“Il giuramento degli Arazzi” di (forse) Jacques-Louis David

Author: Leviatan Kiranov | Filed under: Scherzi e Ciarpame

Uno dei dipinti più famosi di Jacques-Louis David (1748-1825) è “Il giuramento degli Orazi”, visibile nell’immagine qui sotto.

"Il giuramento degli Orazi"

Il quadro gli fu commissionato per conto dell’allora re di Francia Luigi XVI.

E se il pittore si fosse sbagliato?

Se avesse capito male quale dovesse essere il soggetto?

In fondo, non c’è molta differenza tra Orazi e… Arazzi.

“Arazzo”: drappo, generalmente di grandi dimensioni, tessuto a mano al telaio con motivi ornamentali e figure, destinato a decorare le pareti (definizione tratta dal dizionario De Mauro).

(Il fatto che questo fraintendimento possa avvenire solo nella lingua italiana - e il pittore fosse francese - è un dettaglio trascurabile. Noi andiamo al succo delle cose e non ci soffermiamo su certe inutili obiezioni.)

Fu così che nacque…

Il giuramento degli ARAZZI

Il giuramento degli ARAZZI

Durante il suo noioso lavoro da bibliotecario, Mattia Pascal ritorna con la mente alle vicende che lo hanno portato a quella routine, di nuovo. Sì, perché Mattia aveva avuto un’occasione che nessun umano si aspetterebbe nella vita: ricominciare un’esistenza nuova, svincolandosi da tutto e tutti, lontano dalla propria “prima” identità. “Stava a me: potevo e dovevo esser l’artefice del mio nuovo destino, nella misura che la Fortuna aveva voluto concedermi”.

Grazie ad un’insperata coincidenza – il suicidio di un uomo fisionomicamente somigliante a Mattia, tanto da essere scambiato per lui -, il nostro protagonista può decidere se approfittare di questa incredibile opportunità o se lasciarla sfuggire e rivelare di non essere realmente morto. Dopo lunghi istanti di ponderazione, ripensamenti e scrupoli di coscienza, Mattia Pascal accetta la propria “morte” e “rinasce” sotto il nome di Adriano Meis, un signorotto piacevole e vivace (“Io le confesso che provo una grande invidia per tutti coloro che sanno prender gusto e interessarsi alla vita, e li ammiro. Tra chi si rassegna a far la parte della schiava e chi si assume, sia pure con la prepotenza, quella del padrone, la mia simpatia è per quest’ultimo”). Il nuovo personaggio si trova a fare i conti con il fatto che anagraficamente non esiste, non ha più nessuno su cui fare affidamento, deve inventarsi un nuovo passato da poter raccontare alle sue future conoscenze per non apparire in qualche modo sospetto.

La sua realtà sembra prendere lentamente una svolta complessivamente positiva, dal sapore di nuovo, di accattivante. Ma non trascorrerà molto tempo che il signor Meis, incappando in una situazione se possibile ancora più contorta di quella della sua vecchia vita, decide di “morire” ancora una volta, credendo di poter aggirare finalmente il proprio senso di smarrimento, ma rendendosi poi conto che la sua esistenza è stata ormai irrimediabilmente segnata. “I morti non debbono più morire, e io sì: io sono ancora vivo per la morte e morto per la vita. Che vita infatti può esser più la mia? La noja di prima, la solitudine, la compagnia di me stesso?”.

Dalla penna di Luigi Pirandello nasce quest’opera, impregnata di ironia e riflessione, distribuita dalla casa editrice Oscar Mondadori (240 pagine) al prezzo di 8,50 euro.

 

Citazioni tratte dal libro

- Il signor conte si levò per tempo, alle ore otto e mezzo precise… La signora contessa indossò un abito lilla con una ricca fioritura di merletti alla gola… Teresina si moriva di fame… Lucrezia spasimava d’amore… Oh, santo Dio! e che volete che me n’importi? Siamo o non siamo su un’invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gira e gira, senza saper perché, senza pervenir mai a destino, come se ci provasse gusto a girar così, per farci sentire ora un po’ più di caldo, ora un po’ più di freddo, e per farci morire – spesso con la coscienza d’aver commesso una sequela di piccole sciocchezze – dopo cinquanta o sessanta giri?

- Noi anche oggi crediamo che la luna non stia per altro nel cielo, che per farci lume di notte, come il sole di giorno, e le stelle per offrirci un magnifico spettacolo. Sicuro. E dimentichiamo spesso e volentieri di essere atomi infinitesimali per rispettarci e ammirarci a vicenda, e siamo capaci di azzuffarci per un pezzettino di terra o di dolerci di certe cose, che, ove fossimo veramente compenetrati di quello che siamo, dovrebbero parerci miserie incalcolabili.

- Gli abiti che indossiamo, il loro taglio, il loro colore, possono far pensare di noi le più strane cose.

- Stava a me: potevo e dovevo esser l’artefice del mio nuovo destino, nella misura che la Fortuna aveva voluto concedermi.

- Io odio la retorica, vecchia bugiarda fanfarona, civetta con gli occhiali.

- [parlando alla signorina Caporale] Io le confesso che provo una grande invidia per tutti coloro che sanno prender gusto e interessarsi alla vita, e li ammiro. Tra chi si rassegna a far la parte della schiava e chi si assume, sia pure con la prepotenza, quella del padrone, la mia simpatia è per quest’ultimo.

- I morti non debbono più morire, e io sì: io sono ancora vivo per la morte e morto per la vita. Che vita infatti può esser più la mia? La noja di prima, la solitudine, la compagnia di me stesso?

 

Commento personale
(attenzione: contiene qualche anticipazione forse un po’ troppo dettagliata sulla trama)
 

L’idea di fondo della trama di questo libro mi è piaciuta, però a mio avviso è stata sviluppata abbastanza male. Poteva nascere un romanzo molto più elaborato. Credo che l’autore abbia avuto poca fantasia, in quanto le vicende mi sono sembrate quasi “isolate” tra di loro, come degli sprazzi che nascevano e dopo qualche decina di pagine si esaurivano.

Ma tralasciamo la “prima” vita di Mattia Pascal, per lui non soddisfacente e per me al limite della psicosi. La vita “successiva”, da Adriano Meis, si snoda nel piattume generale per il lettore, in quanto Pirandello ci accenna appena che Adriano ha viaggiato per uno o due anni e poi ha trovato improvvisamente una collocazione più sedentaria. E lì comincia a rifarsi una vita e a riallacciare rapporti umani. Da questi rapporti cominciano i nuovi problemi del personaggio, sotto le sue nuove spoglie. Qualcosa sembra andare storto, sì, ma la situazione appare di gran lunga più tranquilla rispetto alla prima vita del protagonista. Tuttavia Adriano sembra agire con un’impulsività a dir poco fuoriluogo e decide all’improvviso di tornare ad essere Mattia Pascal, piantando in asso tutto e tutti, pur conscio di lasciarsi alle spalle un amore nascente che sembrava cominciare a renderlo felice.

Ciò che attenua questa irragionevolezza – almeno secondo la mia lettura - sempre più marcata è, forse, la scelta di scrivere il romanzo in prima persona. In questo modo la storia sembra leggermente più verosimile.

In realtà è stato un libro piacevole da leggere, soprattutto per il linguaggio e le riflessioni a volte un po’ scanzonati del narratore (vedere le citazioni riportate più in alto). Sebbene i personaggi mi siano risultati un po’ senza carattere. Insomma, in conclusione: non lo consiglierei ma, potendo tornare indietro, lo rileggerei (non più di una volta, ovviamente).

Scritto sottoforma di lunga autobiografia – che si premura di trattare molto accuratamente ogni sfaccettatura psicologica del narratore oltre che i semplici fatti accaduti nella sua vita sino a quel momento -, “La coscienza di Zeno” si presenta come un “compito” assegnato a Zeno Cosini dal suo analista, che gli suggerisce di ripercorrere alcuni eventi del passato per comprendere meglio i motivi dei propri disagi interiori e dei propri vizi.

Zeno è un signore apparentemente brillante del periodo italiano antecedente alla prima guerra mondiale. Si relaziona con gli altri in modo cordiale e autoironico, sembra una persona normale, e forse lo è: ma i suoi pensieri sono sempre in movimento. Ogni particolare che lo circonda lo induce ad elaborare lunghe riflessioni, che spesso lo portano ad assumere comportamenti bizzarri e involontari che si cronicizzano. “Era proprio la disinvoltura quella ch’io più di tutto invidiavo agli altri”. I suoi rapporti interpersonali sono ordinari e spesso profondi, ma ci sono passioni tormentate, sempre accese e non unidirezionalmente rivolte, vissute male per debolezza o mancanza di coraggio (“Questa è la verità: io sono un timido!”).

Il suo personaggio si rende immediatamente simpatico agli occhi del lettore, che viene coinvolto dalle considerazioni a volte stravaganti del protagonista e dalle conseguenze spesso inevitabili quanto paradossali che si vengono a generare (“Quando io ammiro qualcuno, tento immediatamente di somigliargli”).

“La coscienza di Zeno”, opera di Italo Svevo, è considerato un classico della letteratura italiana novecentesca. L’attuale casa editrice che lo distribuisce è Oscar Mondadori, al prezzo di 8,80 euro per 413 pagine.

 

Citazioni tratte dal libro

- E’ un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.

- Io metto le radici dove mi soffermo.

- Un paio di volte ch’io lo guardai negli occhi, egli [suo padre] stornò il suo sguardo dal mio. Si dice che ciò è un segno di falsità, mentre io ora so ch’è un segno di malattia. L’animale malato non lascia guardare nei pertugi pei quali si potrebbe scorgere la malattia, la debolezza.

- Quando io ammiro qualcuno, tento immediatamente di somigliargli.

- Questa è la verità: io sono un timido!

- A tutti avviene di ricordarsi con più fervore del passato quando il presente acquista un’importanza maggiore.

- Era proprio la disinvoltura quella ch’io più di tutto invidiavo agli altri.

- Ogni minaccia di sventura m’atterrisce dapprima, ma subito dopo è dimenticata nella fiducia più sicura di saper evitarla.

- A me è sempre piaciuto d’intrattenermi con la gente che non conosco. Con loro mi sento sano e sicuro.

- Sinceramente credo ch’io abbia avuto sempre bisogno dell’avventura o di qualche complicazione che le somigli.

- M’è sempre stato tanto difficile di fermarmi quando mi movo o di mettermi in movimento quando son fermo.

- Amo tanto le persone felici, io.
 

Commento personale

Ho sempre avuto un’avversione per quelli che sono considerati “i grandi classici della letteratura”. Banalmente e commettendo un grave errore di generalizzazione, credevo che tutti i testi che rientrassero in questa classificazione fossero noiosi, scritti con un italiano maccheronico (dicasi anche italiano aulico) e volutamente gonfiato. Questo è praticamente il primo “grande classico” che leggo. Mi sono resa conto che quella visione dei classici di cui parlavo prima derivava probabilmente dal fatto che i brani antologici letti durante la scuola sono sempre stati caratterizzati da una forte, sonnolente incomprensibilità e da descrizioni minuziosissime e fuori luogo. Un’altra sfaccettatura che detesto (sì, detesto) nelle opere dette “classiche” è che, essendo state scritte in tempi non moderni, mostrano una concezione retrograda e disastrosa della donna. Ciò che mi stizzisce davvero è che, invece, si ritiene che queste “opere” siano quasi dei manuali di vita, dei testi da tenere sempre in alta considerazione. Credo che pensare una cosa del genere, senza fare le dovute distinzioni, voglia dire non avere una visione molto aperta della vita.

Ne “La coscienza di Zeno”, difatti, ho riscontrato questo aspetto, ma mi sono sforzata di sorvolarlo. Escludendolo, e concentrandomi solo sul personaggio e i suoi “tumulti”, mi è risultato davvero simpatico, sia il personaggio che il libro in generale. Il fatto che questo libro non abbia sostanzialmente una trama può essere frustrante, ma bizzarramente non è mi pesato.

Molti dei pensieri e delle s***e mentali di Zeno sono davvero spassosi. Mi è rimasto impresso di quando Zeno ascolta un suo amico che sostiene che durante l’atto del camminare si attivano decine di muscoli nelle nostre gambe, tutti in sincronia tra di loro. Da quel momento in poi il nostro protagonista, pensando intensamente ai muscoli delle sue gambe mentre cammina, si ritroverà a zoppicare praticamente per tutta la durata del libro (ritornando di tanto in tanto a scrivere sull’argomento), evitando a stento figuracce imbarazzanti.

Una cosa soltanto mi domando: ma se il libro, come ci spiega lo stesso protagonista, non è altro che il diario personale di Zeno – scritto su consiglio del suo analista -, chi è stato a fargli l’indiscreto scherzo di pubblicarlo?*

*Aggiornamento (21/9/2009): Dal commento di dott S. del 20/9/2009 apprendo che il diario sarebbe stato pubblicato dallo stesso analista, come riportato nel capitolo 1 (”Prefazione” del libro e nel commento dello stesso dott. S., ma di fatto l’avevo rimosso dalla memoria.

9 set 2009

I 10 motivi per cui non farei l’insegnante

Author: Leviatan Kiranov | Filed under: Vita di scuola

Tra pochi giorni per molti studenti si riapriranno le porte dell’Inquisizione e a me balena in testa un’elucubrazione (Umberto Eco direbbe che inserire rime in un testo in prosa non è proprio il massimo, ma era involontaria).

La professione dell’insegnante è una di quelle che più mi affascina ma da cui al tempo stesso mi tengo a debita distanza. Affronterò il tema dell’insegnante ideale in un prossimo articolo. Trasmettere il proprio sapere e la propria esperienza ad altre persone è generalmente gratificante (se anche dall’altra parte c’è collaborazione), ma dover fare l’insegnante nelle nostre scuole sembra essere tutta un’altra storia. Dal mio punto di vista non si può più parlare di “insegnare”, ma di:

1. vegetare dietro un parallelepipedo fornito di cassetti e sentirsi molto importante per questo;

2. costruirsi secondo le proprie possibilità il personaggio più colto, più affascinante e più ridicolo per sopperire alle mancanze della propria esistenza;

3. sentirsi in dovere (e persino in grado) di decidere sulla vita, sulla morte, sul tempo, sugli hobby, sui pasti dei propri alunni;

4. provare gratificazione quando si riceve un complimento da un alunno, pur sapendo che è non è sincero ma con doppio fine;

5. credere che tutti i propri alunni non siano sinceri;

6. diventare il fenomeno da baraccone più detestato dai propri stessi discepoli;

7. rendersi conto che loro vorrebbero essere qualsiasi cosa ma non tuoi discepoli;

8. far finta di trovare interessante la propria materia di insegnamento;

9. o, se già si è in stato avanzato di degenerazione psichica (ad esempio se si insegna già da diversi anni), convincersi che la propria materia sia interessante e pretendere che anche gli altri la pensino così;

10. offendersi terribilmente per aver letto il presente articolo e/o pensare che non valga la pena rifletterci seriamente sopra e chiedersi (o chiedere) se esista almeno un motivo valido per cui è stato scritto.

6 set 2009

Word Challenge: download software per barare (cheat bot)

Author: Leviatan Kiranov | Filed under: Facebook

Per chi conosce Facebook e le sue inquietanti divertenti applicazioni, sarà sicuramente noto Word Challenge, la sfida compulsiva entusiasmante a colpi di anagrammi (composizioni di parole utilizzando le lettere di altre parole, ad esempio nodo che diventa dono).

Per la gioia di coloro che non si spiegavano perché i propri contatti avessero troppe migliaia di punti, è possibile scaricare un programmino per farne altrettanti con il minimo sforzo. Devo precisare che questo “bot” funziona soltanto con Word Challenge in lingua italiana, ma può essere utilizzato anche da chi italiano non è (se è solo interessato a barare), in quanto basta impostare la lingua di Word Challenge su “Italiano” prima di iniziare la partita per farlo funzionare.

Download file di installazione di “Word Challenge Robot – ITA” (4.85 MB)

Per poterlo usare, è necessario installarlo (cliccando sul file di installazione, una volta scaricato).

Il bot, una volta aperto, rimarrà sempre “in primo piano” rispetto alle altre finestre aperte.

E’ possibile fare in modo che il bot inserisca automaticamente le parole anagrammate. Ecco come: dopo aver inserito comunque manualmente nel bot le lettere da anagrammare e aver cliccato su “Gioca”, sarà sufficiente cliccare su “Sì” alla finestra che comparirà subito dopo (che conterrà la domanda “Vuoi che sia io a giocare per te?”. Altrimenti, cliccando su “No”, dovrà essere il giocatore a inserire nell’applicazione le parole anagrammate, così come avverrebbe normalmente.

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